L’immigrazione italiana nei numeri: meno arrivi, più rimpatri e il costo amministrativo dell’irregolarità

I dati diffusi il 21 settembre 2026 da amministrazioni pubbliche e organismi di monitoraggio restituiscono un quadro dell’immigrazione italiana meno lineare di quanto suggerisca il solo andamento degli sbarchi. Gli arrivi via mare risultano fortemente diminuiti rispetto ai due anni precedenti, mentre i rimpatri crescono e la presenza dei minori stranieri non accompagnati continua a richiedere un sistema autonomo di presa in carico. Nello stesso giorno, il bilancio conclusivo della regolarizzazione del 2020 mostra che oltre 130.000 persone sono state stabilizzate, ma dopo un procedimento durato cinque anni. Il dato complessivo suggerisce una conclusione istituzionale: la pressione migratoria non si misura soltanto al confine, ma anche nella capacità dell’amministrazione di trasformare ingresso, soggiorno, lavoro, tutela dei minori e rimpatrio in procedure effettive e temporalmente sostenibili.

Meno arrivi non significa meno amministrazione

Il cruscotto statistico del Ministero dell’interno, aggiornato al 21 settembre 2026, registra 21.827 persone arrivate via mare dall’inizio dell’anno. Nello stesso periodo del 2025 erano state 49.314 e nel 2024 46.409. Il calo rispetto all’anno precedente è quindi prossimo al 56 per cento e conferma una tendenza ormai sufficientemente ampia da non poter essere considerata una semplice oscillazione mensile.

Il dato, tuttavia, deve essere interpretato con cautela. Gli arrivi via mare costituiscono soltanto uno degli indicatori della pressione migratoria e non coincidono né con il numero degli stranieri irregolarmente presenti né con quello delle domande di protezione internazionale o dei procedimenti amministrativi pendenti. Soprattutto, essi non possono essere direttamente confrontati con i rimpatri come se i due valori descrivessero il medesimo gruppo di persone.

Al 17 settembre 2026 risultano eseguiti 6.238 rimpatri, dei quali 5.344 forzati e 894 volontari assistiti. Il numero è già superiore all’intero dato del 2024, pari a 5.704, e corrisponde a circa il 92 per cento dei 6.772 rimpatri registrati in tutto il 2025. È dunque evidente un’accelerazione della capacità esecutiva. Sarebbe però metodologicamente scorretto trasformare il rapporto tra rimpatri e sbarchi in un presunto “tasso di rimpatrio”: le persone allontanate possono essere entrate in anni precedenti, attraverso frontiere diverse o dopo periodi di soggiorno regolare; allo stesso modo, una quota significativa degli arrivi del 2026 può essere ancora inserita in procedure di asilo, identificazione o altra natura.

La distinzione non è meramente statistica. Nel diritto dell’immigrazione, l’effettività di una politica di rimpatrio dipende dall’esistenza di una decisione individuale eseguibile, dall’identificazione dello straniero, dalla disponibilità dei documenti di viaggio, dalla cooperazione consolare del Paese di destinazione, dall’eventuale pendenza di ricorsi e dal rispetto del principio di non-refoulement. Per questo il numero degli allontanamenti misura una parte della capacità amministrativa, non l’esito complessivo della gestione dell’irregolarità.

Il peso specifico dei minori stranieri non accompagnati

Lo stesso aggiornamento mostra che, tra le persone giunte via mare nel 2026, 4.440 sono minori stranieri non accompagnati: oltre un quinto degli arrivi complessivi. È un dato che impone di separare nettamente la gestione dei minori dalla logica ordinaria del controllo dell’immigrazione.

Nella stessa giornata del 21 settembre il Ministero del lavoro e delle politiche sociali ha pubblicato l’aggiornamento al 31 agosto della banca dati dedicata ai minori stranieri non accompagnati, istituita ai sensi dell’articolo 4 del D.P.C.M. n. 535 del 1999, rendendo disponibili attraverso la dashboard istituzionale i dati relativi a presenze, ingressi e uscite. La scelta di mantenere un sistema informativo autonomo riflette la specificità giuridica di questa popolazione, che trova oggi il proprio principale quadro nazionale nella legge n. 47 del 2017.

Per i minori, infatti, la questione centrale non è soltanto quella dell’ingresso o della permanenza sul territorio, ma quella della continuità della tutela: identificazione, nomina del tutore, accoglienza, accesso alla scuola e alla sanità, valutazione dell’interesse superiore, transizione alla maggiore età e costruzione di percorsi di autonomia. In termini amministrativi, una riduzione complessiva degli arrivi non determina automaticamente una proporzionale riduzione del carico istituzionale, perché la presenza di minori non accompagnati richiede interventi più intensivi, coordinati e di durata potenzialmente pluriennale.

La regolarizzazione del 2020 chiude dopo cinque anni

Un terzo dato, emerso anch’esso il 21 settembre, riguarda la regolarizzazione straordinaria prevista dall’articolo 103 del decreto-legge n. 34 del 2020, convertito dalla legge n. 77 del 2020. Secondo il monitoraggio conclusivo della campagna Ero Straniero, elaborato sulla base di richieste di accesso agli atti rivolte alle amministrazioni competenti, al 31 dicembre 2025 il 59,75 per cento delle oltre 220.000 domande presentate aveva condotto a contratti di lavoro e permessi di soggiorno, per un totale superiore a 130.000 persone stabilizzate.

La componente dominante è stata quella del lavoro domestico e dell’assistenza alla persona, che rappresenta oltre l’85 per cento delle istanze. Il rapporto stima inoltre circa 140 milioni di euro di entrate dirette legate agli oneri versati per la procedura e circa 228 milioni di euro annui di contribuzione derivante dall’emersione dei rapporti di lavoro.

Questi numeri provengono da un soggetto di advocacy e devono quindi essere distinti dalle statistiche amministrative ufficiali. Ciò non riduce, tuttavia, il rilievo istituzionale dell’elemento più difficilmente contestabile: una procedura eccezionale introdotta nel 2020 ha richiesto cinque anni per arrivare sostanzialmente alla conclusione. Il problema è quindi anche quello del tempo amministrativo.

Una regolarizzazione produce i propri effetti economici e sociali quando trasforma una situazione di lavoro e soggiorno irregolare in una posizione giuridica verificata. Se la decisione arriva dopo anni, la funzione stessa dello strumento viene in parte alterata: il rapporto di lavoro può cessare, il datore può cambiare, la persona può trasferirsi, possono nascere nuovi rapporti familiari o intervenire altri titoli di soggiorno. L’amministrazione finisce così per decidere su una situazione profondamente diversa da quella esistente al momento della domanda.

Il vero indicatore è la capacità di gestire gli stock

Considerati insieme, i dati del 21 settembre mostrano perché il dibattito migratorio non possa essere ridotto alla sola misurazione dei flussi in entrata. La diminuzione degli sbarchi è un dato significativo; l’aumento dei rimpatri lo è altrettanto. Ma entrambi devono essere inseriti in un sistema nel quale restano da gestire persone già presenti, minori da tutelare, lavoratori da regolarizzare o da far transitare verso percorsi ordinari, procedimenti di protezione internazionale, rinnovi dei titoli di soggiorno e decisioni di allontanamento ancora da eseguire.

In questa prospettiva, una politica migratoria può essere valutata non soltanto sulla capacità di ridurre o aumentare i flussi, ma anche sulla capacità di governare gli stock amministrativi: quante pratiche vengono definite, in quanto tempo, con quale grado di stabilità della decisione e con quali effetti sull’integrazione lavorativa e sociale o, quando ne ricorrano i presupposti, sull’effettività del rimpatrio.

È una distinzione destinata a diventare sempre più importante. Con l’applicazione del nuovo quadro europeo in materia di migrazione e asilo, la qualità dell’amministrazione sarà misurata dalla rapidità dell’identificazione, dalla tracciabilità delle procedure, dall’interoperabilità dei dati e dalla capacità di assumere decisioni individuali tempestive e giuridicamente solide. Un sistema può registrare meno arrivi e continuare a essere inefficiente; può eseguire più rimpatri e continuare ad accumulare irregolarità; può regolarizzare decine di migliaia di lavoratori e, se lo fa in cinque anni, produrre comunque un costo amministrativo e sociale elevato.

La fotografia del settembre 2026 suggerisce quindi un criterio di lettura più maturo: non chiedersi soltanto quante persone entrino o escano dall’Italia, ma quanto tempo occorra allo Stato per attribuire a ciascuna posizione uno status giuridico certo. È su questo terreno, più che sul dato isolato degli arrivi, che si misura la capacità effettiva di governo dell’immigrazione.

Avv. Fabio Loscerbo
Avvocato Cassazionista

Iscritto nel Registro dei rappresentanti di interessi della Camera dei deputati in materia di Immigrazione

Lobbista registrato presso il Registro per la Trasparenza dell’Unione europea n. 280782895721-36 in materia di Migrazione e Asilo

ORCID: 0009-0004-7030-0428

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