In Australia, il partito che ha costruito una parte decisiva della propria crescita sulla promessa di ridurre l’immigrazione si è trovato a dover spiegare che cosa significhi davvero il numero simbolo della sua campagna. Il deputato di One Nation David Farley ha indicato un obiettivo di 130.000 unità di migrazione netta, aggiungendo però almeno altri 100.000 lavoratori ammessi attraverso programmi ritenuti necessari. La precisazione ha avvicinato il risultato complessivo alle previsioni del governo laburista, costringendo Pauline Hanson a intervenire per correggere pubblicamente il proprio parlamentare.
La vicenda potrebbe apparire come un semplice errore di comunicazione. In realtà mette a nudo una contraddizione più seria: promettere un tetto è facile, stabilire chi debba esservi compreso è politica migratoria. Farley ha distinto i lavoratori stagionali del Pacifico, gli addetti all’assistenza agli anziani e altre categorie qualificate dalla migrazione netta “in senso proprio”. Ma alcune permanenze previste dal Pacific Australia Labour Mobility scheme possono durare fino a quattro anni e, quando ricorrono i criteri statistici, incidono proprio sulla net overseas migration.
Il punto giuridico e istituzionale è che l’Australia non governa l’immigrazione attraverso un unico contingente. Il sistema distingue il programma permanente, i visti temporanei, gli studenti internazionali, i lavoratori stagionali e qualificati, i familiari e i movimenti in uscita. La net overseas migration non è un numero di visti deciso dal governo, ma una misura demografica costruita sulla differenza tra arrivi e partenze delle persone che soddisfano il criterio di permanenza adottato dall’Australian Bureau of Statistics. Confondere questa grandezza con il tetto del programma permanente significa confondere un risultato statistico con uno strumento amministrativo.
I dati ufficiali mostrano la dimensione del problema. Nel 2024-2025 la migrazione netta australiana è stata pari a 306.000 persone, in diminuzione rispetto alle 429.000 dell’anno precedente. Nell’anno concluso a dicembre 2025 il valore era ancora di circa 301.000. La discesa è reale, ma resta molto lontana dalla soglia politica di 130.000 evocata da One Nation. Per raggiungerla non basta fissare un numero: occorre indicare quali canali ridurre, quali fabbisogni economici preservare e quali conseguenze accettare per università, agricoltura, sanità e assistenza.
Proprio qui la polemica diventa più importante del passo falso di Farley. One Nation intercetta una domanda politica reale: dopo il picco successivo alla pandemia, molti australiani chiedono che crescita demografica, disponibilità abitativa, infrastrutture e capacità dei servizi tornino a essere governate insieme. Liquidare questa domanda come semplice ostilità verso l’immigrazione sarebbe miope. Ma una diagnosi credibile non rende automaticamente credibile la soluzione. Se ogni categoria necessaria viene sottratta al tetto, il tetto rimane uno slogan; se invece vi viene inclusa, bisogna dichiarare con precisione quali settori sopporteranno la riduzione.
La stessa tensione era già emersa quando Hanson aveva chiarito che i 130.000 riguardavano la migrazione permanente, lasciando fuori backpacker e diversi lavoratori temporanei. Ora la correzione va nella direzione opposta e presenta la soglia come obiettivo della migrazione netta complessiva. Non è una differenza terminologica: sono due politiche diverse. La prima controlla il rilascio di posti permanenti; la seconda pretende di governare anche permanenze temporanee, partenze, studenti e trasformazioni dei titoli.
Una politica coerente con la logica di Integrazione o ReImmigrazione dovrebbe partire dalla posizione giuridica concreta delle persone e dalla funzione di ciascun canale: chi entra, con quale titolo, per quanto tempo, attraverso quale percorso di autonomia e inserimento, con quali verifiche e con quale esito alla scadenza. La programmazione quantitativa resta necessaria, ma non può sostituire la qualità del governo amministrativo. Un lavoratore essenziale ammesso per quattro anni non scompare dalla realtà sociale perché una dichiarazione politica decide di collocarlo fuori dal conteggio.
Il caso australiano consegna quindi una lezione più ampia. L’immigrazione non si governa scegliendo il numero più efficace in campagna elettorale, ma rendendo compatibili fabbisogni economici, capacità di accoglimento, regole di soggiorno, integrazione effettiva e ritorno al termine dei programmi temporanei. One Nation ha individuato un problema che i partiti tradizionali non possono più eludere; finché non saprà tradurlo in categorie giuridiche e amministrative coerenti, continuerà però a dimostrare quanto sia più semplice promettere il controllo che esercitarlo.
Avv. Fabio Loscerbo
Avvocato Cassazionista
Iscritto nel Registro dei rappresentanti di interessi della Camera dei deputati in materia di Immigrazione
Lobbista registrato presso il Registro per la Trasparenza dell’Unione europea n. 280782895721-36 in materia di Migrazione e Asilo
ORCID: 0009-0004-7030-0428
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