Canada, la stretta sull’asilo crea un nuovo collo di bottiglia: il Bill C-12 finisce sotto gestione speciale

La riforma canadese dell’asilo era stata presentata come uno strumento per rendere il sistema più rapido, sostenibile e governabile. Ora emerge però una contraddizione che Ottawa non può liquidare come un semplice problema processuale: le nuove regole del Bill C-12 hanno generato un numero tale di ricorsi costituzionali da spingere la Corte federale a sottoporli a una gestione speciale coordinata, sospendendo i normali termini delle cause interessate in attesa del case management. Il problema che la legge voleva comprimere nell’amministrazione rischia così di riapparire, spostato, davanti ai giudici.

Il Bill C-12, divenuto legge il 26 marzo 2026, introduce due nuovi filtri particolarmente incisivi per l’accesso alla Refugee Protection Division. Non viene più rinviata all’Immigration and Refugee Board la domanda presentata oltre un anno dopo il primo ingresso in Canada avvenuto dopo il 24 giugno 2020; resta inoltre esclusa la domanda di chi entra irregolarmente dal confine terrestre con gli Stati Uniti e chiede protezione dopo quattordici giorni. Il governo ha giustificato queste misure con l’esigenza di ridurre la pressione, chiudere le falle del sistema e impedire che l’asilo venga utilizzato come scorciatoia rispetto ai canali ordinari di immigrazione.

La diagnosi di partenza non è immaginaria. Alla fine del 2025 l’inventario delle domande in attesa davanti all’Immigration and Refugee Board sfiorava le 300.000 pratiche e, secondo gli stessi documenti governativi, in alcuni casi l’attesa poteva superare i tre anni. Un ordinamento serio non può considerare normale una procedura di protezione che resta sospesa per un periodo così lungo: danneggia chi ha realmente diritto alla protezione, rende più difficile eseguire le decisioni negative e trasforma uno status provvisorio in una permanenza di fatto.

Ma proprio qui si vede il limite della risposta legislativa. Ridurre il numero delle domande che arrivano al giudice dell’asilo non equivale automaticamente a ridurre il contenzioso. Se il nuovo filtro di ammissibilità apre una questione costituzionale seriale, il carico non scompare: cambia sede. La Corte federale ha segnalato un numero significativo di domande di autorizzazione e controllo giudiziario che sollevano questioni sostanzialmente analoghe. La scelta di coordinarle è razionale dal punto di vista giudiziario, ma è anche il segnale che il nuovo assetto produce una frizione sistemica che il legislatore deve prendere sul serio.

Il nodo giuridico è particolarmente delicato perché il legislatore canadese non ha eliminato ogni tutela contro il rimpatrio. Chi viene escluso dall’esame della Refugee Protection Division conserva, in linea generale, l’accesso alla pre-removal risk assessment, la valutazione del rischio prima dell’allontanamento. Nella Charter Statement governativa il Ministero della Giustizia ha proprio valorizzato questo passaggio per sostenere la compatibilità della disciplina con la Canadian Charter of Rights and Freedoms. La questione posta dai ricorsi è quindi più sofisticata di una semplice contrapposizione tra “rigore” e “diritti”: riguarda la qualità e l’equivalenza effettiva delle garanzie quando una categoria di persone viene sottratta al procedimento ordinario di protezione.

Il Canada offre così una lezione utile anche fuori dal proprio ordinamento. Una politica migratoria può e deve fissare termini, condizioni di accesso, competenze e conseguenze per chi non ha titolo a rimanere. Ma la capacità di governo non si misura dal numero di barriere procedurali introdotte. Si misura dalla capacità di arrivare a una decisione individuale, motivata e attuabile in tempi ragionevoli. Se una riforma alleggerisce un ufficio e contemporaneamente sovraccarica un altro, lo Stato non ha davvero risolto il problema: ha semplicemente trasferito il collo di bottiglia.

È qui che la logica di “Integrazione o ReImmigrazione” diventa rilevante. Il governo dell’immigrazione non può fermarsi alla porta d’ingresso del sistema. Chi ottiene protezione o altro titolo stabile deve poter entrare in un percorso reale di integrazione; chi non ha diritto alla permanenza deve ricevere una decisione tempestiva che possa essere effettivamente eseguita, nel rispetto delle garanzie. Lasciare migliaia di persone per anni in una zona grigia amministrativa o giudiziaria produce l’effetto opposto: indebolisce contemporaneamente controllo, integrazione e credibilità delle istituzioni.

La stretta canadese intercetta quindi un problema reale, ma la prova decisiva non sarà la severità della norma. Sarà la sua capacità di reggere davanti ai giudici e di produrre decisioni più rapide senza creare un nuovo arretrato. Un sistema migratorio forte non è quello che scrive la regola più dura: è quello che riesce ad applicarla, difenderla e portarla fino alla decisione finale.

Avv. Fabio Loscerbo
Avvocato Cassazionista
Iscritto nel Registro dei rappresentanti di interessi della Camera dei deputati in materia di Immigrazione
Lobbista registrato presso il Registro per la Trasparenza dell’Unione europea n. 280782895721-36 in materia di Migrazione e Asilo
ORCID: 0009-0004-7030-0428



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