Il Regno Unito sta registrando una crescita dell’emigrazione dei propri giovani lavoratori qualificati. Secondo un’analisi pubblicata oggi dal Financial Times, dal 2022 le partenze dei giovani britannici hanno superato i rientri e circa tre persone su quattro tra coloro che lasciano il Paese hanno meno di 35 anni. A spingere verso l’estero sono soprattutto costo della vita, difficoltà abitative, stagnazione salariale e prospettive professionali considerate più favorevoli in Paesi come Canada e Australia.
Il fenomeno merita attenzione perché modifica la prospettiva con cui normalmente viene affrontato il tema migratorio. Un Paese può contemporaneamente discutere di riduzione dell’immigrazione e trovarsi di fronte alla partenza di una parte della propria popolazione più giovane e qualificata. Il saldo migratorio, da solo, non descrive quindi la qualità dei movimenti di popolazione né consente di comprendere quali competenze entrano e quali, invece, vengono perdute.
Il caso britannico mostra inoltre quanto sia riduttivo considerare l’immigrazione soltanto come risposta alle esigenze immediate del mercato del lavoro. Se medici, tecnici, professionisti e laureati britannici scelgono altri Paesi, il ricorso alla manodopera straniera può diventare necessario per colmare vuoti prodotti da dinamiche interne. Ma una politica migratoria costruita esclusivamente su questa necessità rischia di trasformare il migrante in uno strumento economico, anziché inserirlo all’interno di un progetto sociale più ampio.
È qui che emerge un collegamento diretto con il terzo pilastro del paradigma Integrazione o ReImmigrazione: il migrante come soggetto giuridico, non come oggetto di politica. L’ingresso di lavoratori stranieri non può essere valutato soltanto sulla base del posto che essi occupano nel sistema produttivo. Occorre considerare la loro traiettoria individuale, la possibilità di integrazione e il rapporto che si costruisce nel tempo con la comunità di destinazione.
La vicenda britannica richiama indirettamente anche il secondo pilastro, fondato sulla verificabilità dell’integrazione attraverso lavoro, lingua e rispetto delle regole. Se uno Stato vuole utilizzare l’immigrazione per rispondere a carenze strutturali di personale, deve essere contemporaneamente capace di verificare il percorso di chi arriva. Selezione all’ingresso e integrazione successiva non sono politiche alternative: sono due momenti dello stesso governo ordinato dei flussi.
L’esperienza del Regno Unito suggerisce quindi una conclusione più generale. Governare l’immigrazione significa conoscere tanto chi entra quanto chi esce, comprendere le trasformazioni della società e distinguere tra esigenze economiche contingenti e interesse pubblico di lungo periodo. Una politica migratoria stabile non nasce dal semplice equilibrio numerico tra partenze e arrivi, ma dalla capacità dello Stato di governare consapevolmente entrambi i fenomeni.
Avv. Fabio Loscerbo
Avvocato Cassazionista
Iscritto nel Registro dei rappresentanti di interessi della Camera dei deputati in materia di Immigrazione
Lobbista registrato presso il Registro per la Trasparenza dell’Unione europea n. 280782895721-36 in materia di Migrazione e Asilo
ORCID: 0009-0004-7030-0428
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