Stati Uniti, 103.265 dollari per un H-1B: il talento si misura con il portafoglio dell’impresa

Il 24 agosto il Dipartimento della Sicurezza interna degli Stati Uniti ha depositato una proposta di regolamento che aggiungerebbe una tariffa di 103.265 dollari alle domande H-1B soggette al tetto annuale. Il documento, pubblicato in anteprima dal Federal Register e destinato alla pubblicazione formale il 25 agosto, aprirà una consultazione di trenta giorni. La misura, dunque, non è ancora in vigore; ma la direzione politica è già inequivocabile.

Washington sostiene di voler proteggere il lavoro americano e riservare l’immigrazione qualificata ai profili migliori. La proposta, però, non seleziona direttamente competenze, salari o carenze professionali: seleziona anzitutto la capacità del datore di lavoro di anticipare una somma superiore a centomila dollari per una singola pratica. Il rischio è che il merito del lavoratore venga misurato attraverso il portafoglio dell’impresa, favorendo i grandi gruppi e restringendo l’accesso per aziende giovani, ospedali privati e realtà produttive minori.

Il programma H-1B consente ai datori statunitensi di assumere temporaneamente stranieri in “specialty occupations”. La legge federale stabilisce un contingente ordinario di 65.000 visti l’anno, cui si aggiungono 20.000 posti per chi possiede un titolo avanzato conseguito negli Stati Uniti. La nuova tariffa riguarderebbe le petizioni soggette a questi contingenti e si sommerebbe agli oneri già esistenti; resterebbero fuori le petizioni “cap-exempt”, tra cui quelle di università e organizzazioni di ricerca qualificate. Non è una revisione marginale del costo amministrativo: è una barriera economica costruita all’ingresso del principale canale americano per il lavoro altamente specializzato.

La questione è anche giuridica. Nel settembre 2025 il presidente Trump aveva imposto un pagamento di 100.000 dollari invocando il potere presidenziale di limitare l’ingresso degli stranieri ritenuti contrari all’interesse nazionale. L’8 giugno 2026 il giudice federale Leo Sorokin ha annullato quella misura, qualificandola come una tassa non autorizzata dal Congresso; l’amministrazione ha impugnato la decisione. Come ricostruisce Reuters, il tribunale ha guardato alla sostanza del prelievo, non al nome attribuitogli dall’esecutivo.

Il DHS prova ora a cambiare strada: non più soltanto un ordine presidenziale, ma un procedimento regolamentare ordinario destinato a modificare l’8 CFR Part 106, la disciplina federale delle tariffe USCIS. La forma è più solida, ma non elimina il problema di fondo. Secondo la documentazione esaminata dal Washington Post, il gettito finanzierà non soltanto USCIS, ma anche i tribunali dell’immigrazione e attività di ICE. Quando il costo di una domanda serve a sostenere una parte molto più ampia dell’apparato migratorio, la linea tra tariffa per un servizio e prelievo generale torna inevitabilmente al centro del confronto.

L’amministrazione individua un problema reale: il sistema H-1B è stato accusato di utilizzi opportunistici, compressione salariale e dipendenza dalla lotteria quando le richieste superano largamente i posti disponibili. Nel 2025 i datori registrarono circa 344.000 candidature, contro 794.000 nel 2023, per 85.000 quote complessive. Ma un prezzo di 103.265 dollari non distingue l’ingegnere indispensabile dal profilo sostituibile, né l’impresa che paga correttamente da quella che aggira le regole. Distingue chi può permettersi il biglietto da chi non può.

Una politica migratoria credibile deve governare l’intero percorso: ingresso legale, posizione di soggiorno, lavoro effettivo, rispetto delle condizioni e stabilità della permanenza. L’H-1B non è un diritto automatico a restare: è uno status temporaneo, legato a requisiti professionali e alla petizione di un datore. Proprio per questo il controllo può essere rigoroso, con verifiche sui salari, sulle mansioni, sulle qualifiche e sugli abusi. Trasformare il canale legale in un pedaggio non rafforza l’integrazione né la legalità: rischia di sostituire la selezione pubblica con una selezione finanziaria.

Se l’obiettivo è impedire che il lavoro straniero qualificato diventi uno strumento per abbassare le retribuzioni, servono controlli, soglie salariali coerenti, sanzioni e criteri di priorità leggibili. La proposta americana sceglie invece la scorciatoia più semplice: far pagare moltissimo l’ingresso e chiamare quel prezzo selezione. Ma uno Stato governa l’immigrazione quando decide chi può entrare, per quale lavoro e nel rispetto di quali regole; non quando lascia che sia un versamento a decidere chi merita una possibilità.

Avv. Fabio Loscerbo
Avvocato Cassazionista
Iscritto nel Registro dei rappresentanti di interessi della Camera dei deputati in materia di Immigrazione
Lobbista registrato presso il Registro per la Trasparenza dell’Unione europea n. 280782895721-36 in materia di Migrazione e Asilo
ORCID: 0009-0004-7030-0428



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