PERMESSO DI SOGGIORNO PER MOTIVI FAMILIARI E PERICOLOSITÀ SOCIALE: IL BILANCIAMENTO TRA DIRITTI FONDAMENTALI E SICUREZZA PUBBLICA NELLA GIURISPRUDENZA DI MERITO
PERMESSO DI SOGGIORNO PER MOTIVI FAMILIARI E PERICOLOSITÀ SOCIALE: IL BILANCIAMENTO TRA DIRITTI FONDAMENTALI E SICUREZZA PUBBLICA NELLA GIURISPRUDENZA DI MERITO
Abstract
La
pronuncia del Tribunale Ordinario di Bologna del 27 marzo 2026 (ruolo
generale numero 13877/2024) consente di affrontare in chiave
sistematica il rapporto tra diritto all’unità familiare e tutela
dell’ordine pubblico nel diritto dell’immigrazione. L’analisi
evidenzia come, anche a fronte della presenza di un minore cittadino
italiano, il giudizio di pericolosità sociale possa assumere rilievo
decisivo, incidendo in modo determinante sul riconoscimento del
titolo di soggiorno e sulla stessa operatività della protezione
complementare.
La sentenza, consultabile al seguente link: https://www.calameo.com/books/008079775149a96b32cc7, si inserisce in un contesto giurisprudenziale ormai consolidato, nel quale il diritto all’unità familiare, pur qualificato come diritto soggettivo di primaria rilevanza, viene costantemente sottoposto a un’operazione di bilanciamento con interessi pubblici di pari rango, primo fra tutti quello alla sicurezza dello Stato.
Il caso trae origine dal diniego di rilascio del permesso di soggiorno per motivi familiari ai sensi dell’articolo 30 del d.lgs. 286/1998 nei confronti di un cittadino straniero padre di minore italiano. La posizione del ricorrente presenta elementi tipici della fattispecie protetta dalla norma, in quanto il rapporto di genitorialità con un minore cittadino italiano costituisce, secondo l’impostazione tradizionale, un presupposto idoneo a fondare una posizione giuridica soggettiva rafforzata.
Tale posizione trova fondamento non solo nel Testo Unico Immigrazione, ma anche nei principi costituzionali di tutela della famiglia e del minore, nonché nelle fonti sovranazionali, in particolare nella Convenzione sui diritti del fanciullo e nell’articolo 8 della Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo.
Tuttavia, la decisione del Tribunale di Bologna si muove lungo una linea interpretativa che rifiuta ogni automatismo.
Il Collegio chiarisce in modo netto che la titolarità del rapporto genitoriale non è sufficiente, di per sé, a determinare il riconoscimento del diritto al soggiorno, dovendo tale diritto essere verificato alla luce di un bilanciamento concreto tra gli interessi coinvolti.
In questa prospettiva, il giudizio di pericolosità sociale assume un ruolo centrale e, nel caso di specie, decisivo.
Il ricorrente risulta infatti gravato da una lunga e articolata serie di precedenti penali, distribuiti su un ampio arco temporale e caratterizzati da una significativa gravità, comprendendo reati contro la persona, contro il patrimonio e in materia di stupefacenti.
Il Tribunale non si limita a una valutazione meramente formale di tali precedenti, ma ne coglie il significato sostanziale, individuando in essi l’espressione di una stabile inclinazione alla commissione di reati e, soprattutto, di una persistente incapacità di conformarsi alle regole della convivenza civile.
È proprio in questo passaggio che la motivazione rivela la sua portata sistematica.
La pericolosità sociale non viene considerata come un elemento accessorio o residuale, ma come il fulcro del giudizio. Il bilanciamento tra diritto all’unità familiare e sicurezza pubblica viene risolto attribuendo prevalenza a quest’ultima, in ragione della concreta e attuale minaccia rappresentata dal ricorrente per l’ordine pubblico.
In tal modo, il giudice afferma un principio che si sta progressivamente consolidando nella giurisprudenza di merito: il diritto alla vita familiare non può essere utilizzato come strumento di neutralizzazione di situazioni di grave pericolosità sociale.
La decisione assume particolare rilievo anche con riferimento alla protezione complementare. Il richiamo all’articolo 8 CEDU consente al Tribunale di ribadire che il diritto al rispetto della vita privata e familiare continua a rappresentare un parametro vincolante per l’ordinamento interno anche dopo le modifiche introdotte dal decreto-legge numero 20 del 2023.
Nonostante l’abrogazione di parte della disciplina previgente, il sistema continua a riconoscere la rilevanza della dimensione relazionale e sociale della persona straniera, in quanto espressione di diritti fondamentali tutelati a livello sovranazionale.
Ciò nondimeno, la stessa struttura dell’articolo 8 CEDU impone un approccio non assolutistico. Il diritto alla vita privata e familiare può essere legittimamente limitato quando l’ingerenza dello Stato sia prevista dalla legge e risulti necessaria in una società democratica per la tutela di interessi quali la sicurezza nazionale e l’ordine pubblico.
Il Tribunale si colloca pienamente all’interno di questo schema, ritenendo che, nel caso concreto, la compressione del diritto del ricorrente sia giustificata dalla gravità delle condotte poste in essere e dalla conseguente pericolosità sociale.
Emergono, in filigrana, elementi che consentono di cogliere una tendenza più ampia dell’ordinamento.
La decisione evidenzia infatti come il riconoscimento del diritto alla permanenza sul territorio nazionale sia sempre più legato a una valutazione complessiva della condotta dello straniero, nella quale il grado di integrazione sociale assume un ruolo determinante.
L’assenza di un percorso di integrazione, unita alla reiterazione di comportamenti illeciti, finisce per incidere in modo decisivo sull’esito del giudizio, anche in presenza di legami familiari formalmente rilevanti.
In questa prospettiva, la pronuncia del Tribunale di Bologna si presta a essere letta non solo come applicazione di principi già noti, ma come espressione di un’evoluzione più profonda del diritto dell’immigrazione, orientata verso una selezione sostanziale delle posizioni giuridiche fondata sulla compatibilità tra la presenza dello straniero e le esigenze fondamentali della collettività.
La sentenza conferma, in definitiva, che il sistema non è più strutturato su automatismi normativi, ma su un modello di bilanciamento dinamico, nel quale diritti fondamentali e interessi pubblici vengono costantemente posti in relazione, con esiti che dipendono in modo decisivo dalla concreta condotta del soggetto interessato.
Avv. Fabio Loscerbo
ORCID: https://orcid.org/0009-0004-7030-0428